Il patrimonio enogastronomico delle Tre Venezie è una preziosa risorsa turistica

 

Di Giampiero Rorato

 

 

 

 

La cucina delle Tre Venezie (Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige) – come quella delle altre regioni italiane – è cucina del territorio e, a ben osservarla, pur restando a tavola, si può vedere da questa prospettiva la ricchezza d’un patrimonio agroalimentare che si differenzia da luogo a luogo, contribuendo a offrire un caleidoscopio di immagini del Nord-Est d’Italia, ogni volta nuove e originali, ogni volta attraenti.

Per capire la cucina e la sua piena integrazione col territorio, partiamo ora da quest’ultimo, dal momento che i due mondi si integrano a vicenda e non si può comprendere il territorio nei suoi valori culturali e anche paesistici se non si conosce la cucina e, a sua volta, quest’ultima, è figlia del territorio, ne è una delle espressioni più vere.

Le Tre Venezie sono un ricco e colorato mosaico di realtà, di paesaggi, di culture, di tradizioni, di cucine, anche perché gli abitanti di queste tre regioni sono il risultato di un meticciato di etnie davvero straordinario.

Si pensi un attimo: oltre tremila anni fa qui c’erano gli Euganei, poi, poco prima o attorno al 1000 a.C. arrivarono i Veneti antichi provenienti da Oriente. Nel 5° sec. a.C. arrivarono i Celti, soprattutto i Gallocarni, provenienti dalle montagne, che si diffusero soprattutto nell’attuale Friuli; quindi dal II sec. a.C. giunsero i Romani che dedussero Aquileia che nel 148 a. C. collegarono a tutta la pianura padana e fino a Genova con la grande via romana Postumia  e nei secoli successivi ci fu il primo vero meticciato con la romanizzazione degli abitanti. Con la decadenza dell’impero romano passarono per pesti territori diversi gruppi di stranieri, i cosiddetti “barbari”.

Nel 452 il Friuli Venezia Giulia e il Veneto furono invasi da Attila e nel 568 arrivarono i Longobardi che istituirono il loro primo ducato italiana a Cividale (il secondo a Ceneda, ora Vittorio Veneto, il terzo a Treviso, ecc.) e vi rimasero fino al 774 quando il loro re Desiderio fu sconfitto da Carlo Magno. Da allora per queste regioni scorazzarono i Franchi e, un paio di secoli dopo, gli Ottoni, provenienti dalla Germania.

Intanto giunsero anche dei gruppi di Cimbri che s’insediarono tra l’Altopiano del Cansiglio e l’Alpago; nell’Altopiano di Asiago e nella Lessinia, mentre dalla Carinzia arrivarono gruppi di abitanti, in fuga dai feudatari che li tiranneggiarono, e si insediarono a Sappada  e a Sauris.

Dalla fine del 1200 Venezia estese progressivamente il suo dominio sull’intera terraferma veneta e dal 1420 anche in Friuli, introducendo, quando necessario, gruppi di istriani, slavi, dalmati, morlacchi ed altri ancora per ripopolare aree rimaste deserte.

Le scorrerie e le invasioni straniere si sono susseguite anche durante la Serenissima e poi dopo e fino al 25 aprile 1945, giorno nel quale è cominciato il più lungo periodo di pace e di tranquillità che queste regioni abbiano conosciuto nella loro storia, che perdura tutt’ora.

Dopo quel 25 aprile ebbe tuttavia inizio un nuovo fenomeno: l’immigrazione – per la verità già iniziata con l’Unità d’Italia, con l’arrivo nelle Tre Venezie di uomini dello Stato – dai Prefetti ai Carabinieri – di militari di leva , sottufficiali e ufficiali, molti dei quali qui si sono sposati e sono rimasti e di singole famiglie (da quasi due decenni anche straniere) e ci fu il moltiplicarsi di matrimoni misti, che continuano tutt’oggi.

In uno studio del Triveneto non si può prescindere da quanto è successo nel corso della storia, perché ogni popolo qui arrivato ha portato la sua cultura, le sue tradizioni; ha modificato il paesaggio; lo ha arricchito di opere d’arte o anche, a volte, deturpato; ha introdotto abitudini alimentari rimaste fino ai nostri giorni, per cui si può tranquillamente affermare che il patrimonio enogastronomico veneto, friulano, giuliano, trentino e sudtirolese è esso stesso un racconto storico e la storia è il filtro attraverso cui traguardare il paesaggio, nella sua varietà e ricchezza, che è, alla fine, la vera attrattiva di un nuovo turismo.

Per tutti questi motivi, ma anche per la complessità del territorio triveneto, è possibile suddividerlo in tante microaree, ciascuna con una propria spiccata identità, anche se, a volte, questa identità è stata attenuata dalla ricerca del nuovo, dal turismo di massa, da presenze esterne.

Ciascuna di queste microaree – dalla Carnia alla Lessinia, dalle valli del Natisone al Delta del Po, dalla Valdadige trentina al Carso Triestino, dalle colline trevigiane al Collio, ecc. – ha sviluppato una propria storia, una propria cultura, una propria cucina, come dire una propria identità che è ricchezza non sempre compresa nel suo valore. Ciascuna di queste piccole aree ha una cucina e dei vini che ne accentuano l’identità e, se correttamente valorizzati, rappresentano un patrimonio prezioso, capace di attrarre il turismo interno e internazionale. Si pensi al Collio friulano, con i suoi splendidi vini; alle colline trevigiane dove è natio e si produce il Prosecco; a Grado e alla sua laguna con una cucina di pesce che arriva da secoli lontani; al lago di Garda anch’esso con una straordinaria cucina di pesce, con i vini Bardolino e Lugana e con l’olio extravergine d’oliva lì prodotti.

Di questi luoghi, dei prodotti agroalimentari, della cucina e dei vini che li caratterizzano, racconteremo più avanti storie, realtà, preziosità che sicuramente interesseranno quanti amano conoscere davvero questi territori di confine, che sono il punto d’incontro di lingue, culture e civiltà d’Europa, un luogo che unisce l’Europa dell’Ovest a quella dell’Est e, ancora, la Mitteleuropa al mondo mediterraneo.

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