Com’è nato il brindisi?

È difficile in questi momenti vissuti in una sorta di bolla d’aria, con un’inedita e grave realtà che ci catapulta verso un futuro incerto, riuscire a pensare a qualcosa di diverso rispetto al triste argomento protagonista delle nostre giornate. È comunque importante, come consigliano psicologi ed esperti del comportamento umano, concentrarsi su attività alternative, che variano sicuramente da persona a persona.  Alleggerire  lo scorrere delle ore trascorse in casa  è un discreto contributo  che si più offrire attraverso queste pagine.  Nell’appuntamento di questa settimana cercheremo di capire l’origine di un gesto che tutti compiamo molto spesso: il brindisi. Sollevare i calici, unirli in un allegro tintinnio e poi bere un sorso di buon vino sono gesti legati a momenti di festa,  d’incontri tra amici, di occasioni legate ad avvenimenti speciali. Reperti archeologici, affreschi, bassorilievi e tavolette testimoniano che già nel 3000 a.c. i faraoni porgevano vino alle loro spose. Nella Bibbia- Antico Testamento- (Genesi 9, 20-27) si narra che “Noè cominciò a essere lavorator della terra e piantò la vigna; e bevve del vino, e s’innebbriò, e si scoperse in mezzo del suo Tabernacolo”…Nell’antica Grecia gruppi di uomini e giovani si riunivano per cantare, bere e anche amoreggiare durante il Simposio ( da syn-posion che significa bevuta insieme). “ Poi fecero i brindisi reciproci, i canti alle divinità e le altre cose stabilite. Quindi si diedero alla bevuta” ( Platone ). I romani non bevevano vino puro, lo diluivano con acqua e naturalmente preferivano quello invecchiato perché aveva una gradazione più alta. Alle donne, seppur all’epoca fossero abbastanza libere, non era consentito bere vino.  Durante le feste, con i brindisi si onoravano ospiti illustri, si elevavano tante coppe di vino quante erano le lettere del nome dell’ospite, solo l’arbiter bibendi (arbitro del bere), sorteggiato tra i presenti, non beveva e aveva il compito di stabilire come allungare il vino. Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero  ((800 d.c.) organizzava fastosi banchetti e si faceva servire  dai nobili, ospiti alla sua corte. Durante il Medioevo, nonostante la grande povertà, giovani poeti e artisti brindavano con vino puro perché l’acqua spesso era infettata. Durante il Rinascimento Mons. Giovanni della Casa dà indicazioni sui corretti comportamenti: “ Lo invitare a bere (la qual usanza, siccome non nostra noi nominiamo con vocabolo forestiero, cio far brindisi)….Sicch non si deve fare…E se altri invitar te potrai agevolmente non accettar l’invito  o pure assaggiare il vino per cortesia senza altramente bere…” Le cose poi sono andate diversamente. Il termine brindisi pare sia entrato nell’uso comune tra il 1500 e il 1600. Come spesso accade non vi sono certezze, pertanto consideriamo due delle ipotesi plausibili. Una asserisce  che il termine brindisi si rifaccia alla città di Brindisi, in Puglia, da cui dopo aver festeggiato con abbondanti libagioni, giovani romani partivano per la Grecia, per una sorta di Erasmus, viaggio-studio. La seconda ipotesi fa risalire il termine brindisi alla parola spagnola “brindis”, mutazione dell’espressione tedesca “bring dir’s”- io porto a te- con  cui i   mercenari lanzichenecchi nel  XVI secolo,  si sarebbero rivolti alle milizie spagnole. Tante sono le espressioni beneauguranti adoperate nel mondo intero. Prosit, -che giovi, che porti bene-augurio latino tra le più comuni – risale ad antichi riti sacri, cin cin deriva dal cinese qīng qīng , che significa prego, prego. Per altre curiosità, insieme a semplici suggerimenti che aiutano i neofiti a meglio comprendere il linguaggio di sommelier, enotecnici e produttori, suggerisco la lettura de Il Vinabolario, un manuale di facile consultazione scritto da Adriano Bellini- Sommelier Professionista e Maestro del lavoro- che nel libro ha sintetizzato la sua pluridecennale esperienza. Alla salute “tua, vostra, nostra” è l’augurio che porgo a tutti, nell’attesa che si possa tornare sereni, a incontrarsi per chiacchierare  spensieratamente e magari anche per un brindisi liberatorio. Nel frattempo restiamo a casa. 

Giuditta Dina  Lagonigro

Questo articolo è stato pubblicato su algramà.it

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